I contenuti di questo articolo non saranno tradotti in inglese.
Ne sara favorita la divulgazione verso i siti in USA
Questa e' una mia scelta personale. Per rispetto alla Signora di cui al titolo e per non creare conflitti con i colleghi statunitensi. Purtroppo non sempre e' consentito scegliere: non si puo che restare coerenti con cio che si ritiene giusto e nello stesso tempo, provare ad asserlo con chi hai nella quotidianita.
E cio, non e' possibile. Per questo, ho scelto forse, il male minore
La Signora Mireya Beltran Rodriguez e' una perseguitata politica colombiana, ho cercato di riassumere il tragico susseguirsi delle vicende di questo Paese in uno spazio temporale piuttosto ristretto. Ma credo che spiegare i perche di un conflitto, qualsiasi natura esso abbia, non ha in fondo bisogno di trattati o disquisizioni. NON SI SPIEGA. Se non con argomenti che non sono propri del vivere nella maniera piu giusta.
Quello che sto presentando e' una storia, e' la storia di una donna che potremmo essere tutti noi, e0 la storia di una persona che si e ' vista privare della sua liberta, della sua vita. Ed ora anche del figliio.

Non saro io a parlare, non sarebbe goiusto. Lo fara lei stessa, attraverso il video sottostante e gli scritti.
Aggiungo che per informazioni di contatto, e soprattutto per dare un sostegno, si puo fare riferimento a questo link
su
Facebook : JUNTOS - DIFESA DEI DIRITTI UMANI IN LATINO AMERICA!!!
Lei ed anche altri stanno subendo ingiustizie, Stanno soffrendo la fame
Ognuno puo essere d'aiuto come ritiene piu opportunio fare, in ogni caso per devolvere eventuali piccole somme di denaro, potete mettervi in contatto con il gruppo stesso, del quale riporto la descrizione che potete trovare sempre su Facebook.
JUNTOS - DIFESA DEI DIRITTI UMANI IN LATINO AMERICA!!!
Globale Informazioni di base
Nome:
| JUNTOS - DIFESA DEI DIRITTI UMANI IN LATINO AMERICA!!!
|
Categoria:
| |
Descrizione:
| COMITATO IN DIFESA DEI DIRITTI UMANI IN LATINO AMERICA!
SIAMO A FAVORE DELL'ALBA, PROGETTO DI COOPERAZIONE POLITICA, SOCIALE ED ECONOMICA TRA I PAESI DELL'AMERICA LATINA ED I PAESI CARAIBICI. L'ALBA E' UN PROGETTO DI COOPERAZIONE PROMOSSO DA VENEZUELA E CUBA NEL 2004 IN RISPOSTA ALL' AREA DI LIBERO COMMERCIO DELLE AMERICHE (ALCA) VOLUTA DAGLI USA NEL 2003.
In molte parti del mondo ci sono PERSONE SISTEMATICAMENTE OGGETTO DI VIOLENZE da parte di giunte militari (in Asia, Africa, America Latina, etc.), ma a farne le spese sono SOPRATTUTTO DONNE!
Il nostro sostegno è rivolto quindi soprattutto a tutela di donne che lottano in Paesi in cui vi è una forte discriminazione di genere e dove alle donne è riservato un ruolo subalterno nel contesto sociale.
Il nostro Gruppo si batte in nome dei diritti umani e civili, della Democrazia, perchè sia garantita la sopravvivenza di chi lotta per la libertà del proprio Paese!
IN OGNI DITTATURA I PRIMI DIRITTI AD ESSERE CALPESTATI SONO QUELLI DELLE DONNE E DELLE MINORANZE ETNICHE.
La nostra rete di sostegno è volta a SCUOTERE LE COSCIENZE dell'opinione pubblica mondiale e ad una RACCOLTA FONDI da destinare a perseguitati politici in Latino America.
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Informazioni di contatto
Vogliamo infine rivolgere un particolare abbraccio a MIREYA BELTRAN RODRIGUEZ, una compagna colombiana perseguitata per motivi politici. A causa del fatto che lei voleva testimoniare contro la corruzione nel suo paese le hanno fatto perdere il posto di lavoro ed ora le vogliono persino togliere il figlio attaccandosi al fatto che lei ora non avrebbe i soldi per mantenerlo. MIREYA non sta neanche bene fisicamente a causa di una malattia contratta sul lavoro, per materiali inquinanti....
IL NOSTRO GRUPPO E’ VOLTO A SOSTEGNO DI REALTA’ COME QUESTA....
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INTERNACIONALES POR LOS DERECHOS DE MIREYA BELTRAN
http://www.youtube.com/user/belmireya
ES LA CARTA DE MI HIJO DANIEL INFANTE QUE PIDE QUE NO SEA SEPARADO DE MI LADO.. EL LA HIZO VOLUNTARIA. SOLICITAMOS AYUDA S.O.S. POR QUE EN COLOMBIA CUANDO SE RECLAMAN UNOS DERECHOS, NO TIENEN QUE UTILIZAR ESTO MEDIOS TAN BAJOS DE SEPARARNOS E INCLUSO ... ... ... EL INFORME DICE QUE NO LO DEBO DEJAR IR A LA IGLESIA CRISTIANA QUE EL SE SIENTE BIEN.. Y EL ESTA MUY ASUSTADO QUE VENGAN A LLEVARSELO.. S.O.S.
( Lettera del figlio Daniel )
Tutte le notizie dal mondo
E una guerra che sta lasciando solo morti.
Le persone che restano sono disanimate
"Da due lunghi anni qui a Remolino del Caguán conviviamo ogni giorno con l'Esercito Nazionale, l'unica presenza dello Stato in un territorio lasciato per anni in balia della giustizia fai da te. La presenza del governatore e del sindaco è quasi nulla e quando vengono a farci visita arrivano con un elicottero da guerra, scortati da forze militari. La gente, se vuole sopravvivere, deve obbedire a chi comanda, armi in pugno. In nessun momento si sente libera di agire. Questo è un territorio dove è ancora forte la presenza della guerriglia delle Farc, a cui tutti devono portare rispetto. La guerriglia deve essere informata di qualunque cosa, decisioni, arrivi e partenze. Viviamo in uno stato di guerra permanente, e dei peggiori: qui c'è una guerra tra fratelli del medesimo Paese, qui c'è una guerra civile". Don Angelo Casadei ha scritto queste righe pochi giorni fa, nell'estremo tentativo di far arrivare la sua voce fino ai palazzi del potere, passando per i gangli della Chiesa cattolica.
Un'opera d'arte. Presentare una faccia pulita alla comunità internazionale in questa era di crisi globale è fondamentale per il governo colombiano, e non tradire il minimo segno di debolezza è un imperativo. Quindi, per mostrare quanto il Palazzo voglia la riconciliazione nazionale, da una lato il presidente Uribe chiede ad Avila Moreno, alias Karina, la guerrigliera delle Farc catturata nel maggio 2008, di trasformarsi in gestor de paz e intercedere così con i suoi ex compagni d'armi in nome della pace; e dall'altro si mostra la stessa che platealmente ringrazia il presidente per la proposta e chiede scusa ai colombiani per il male fatto.
Un quadretto perfetto, dipinto da un'abile squadra di politici, ormai avvezzi a restauri e ritocchi di facciate screpolate e decadenti. A fargli da cornice, la decisione del Procurador (giudice amministrativo) di scagionare dall'accusa di aver fatto "un lavoro sporco", al fine di far approvare la rielezione di Alvaro Uribe, "tutti gli uomini del presidente": dall'attuale ambasciatore colombiano a Roma ed ex ministro Sabas Pretelt, all'ex viceministro Hernando Angarita, passando per l'ex capo dei servizi segreti (Das) ed ex console di Milano Jorge Noguera, e finendo al ministro Diego Palacio. Certo, la parola passa ora alla Fiscalia, che ha il compito di indagare sui reati penali, ma nel frattempo Uribe e i suoi hanno tutto il tempo di gongolare e darsi da fare.
Parole stonate. Per timore che voci come quella di don Casadei imbrattino i tentativi del governo di presentare la Colombia come "la nina bonita" dell'America Latina - per usare le parole del vicepresidente Santos - si cerca di zittire con ogni mezzo i testimoni scomodi. Che non si dan pace:
"Qualunque guerra crea solo ingiustizie, da ogni parte, e chi ne porta il peso maggiore sono coloro che stanno nel mezzo: in questo caso i contadini - scrive ancora don Angelo - Sono pochi quelli rimasti da quando è iniziata la repressione nel Caguán, inaugurata dall'attuale Presidente. Una repressione che ha cambiato molto il nostro territorio. Molta gente se ne è andata e dà dolore vedere questo paese quasi vuoto. Qui abbiamo subito una vera "purga": è una repressione che vuole farla finita con la gente. Si stanno attaccando i piccoli commercianti del luogo, i loro lideres comunitari.
È una guerra che sta lasciando solo morti. Le persone che restano sono disanimate".
"La cosa più triste di tutta questa storia è che molti dei desplazados fuggiti da Remolino si stanno vendendo all'Esercito e stanno denunciando persone innocenti che ancoro vivono qui cercando di rifarsi una vita onestamente. È una guerra tra poveri alimentata dalle stesse forze militari. E a pagare sono sempre gli stessi". Gli stessi, gente lontana anni luce dalla bella Bogotà.
Padre Ángelo Casadei, Parroco della Parroquia de San
Isidro Labrador, Remolino del Caguán - Cartagena del Chairá - Colombia.
17/03/2009
08/09/2009
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Mostrati dieci ostaggi proposti per uno scambio con prigionieri guerriglieri
Diffuso oggi un video che mostra sei poliziotti e quattro soldati colombiani che, da più di dieci anni, sono in ostaggio delle Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia (Farc).

E' questa la seconda prova dell'esistenza in vita di ostaggi della guerriglia in una settimana, dopo il video con altri otto uomini mostrato nei giorni scorsi. Tutti i prigionieri mostrati nei due video fanno parte di un gruppo di 23 uomini delle forze della sicurezza che i guerriglieri sperano di poter scambiare con circa 500 compagni in carcere. Uno scambio tra prigionieri che finora non è andato in porto per le numerose condizioni poste dalle due parti in causa, le Farc e il governo di Bogotà.
10/09/2009
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Esponenti della Difesa accusano le 'condizioni disumane' della prigionia

Le autorità colombiane hanno diramato un video dei dieci ostaggi, fra soldati e agenti di polizia, detenuti da oltre un decennio dalle Forze armate rivoluzionarie della Colombia (FARC).
Il filmato, messo a disposizione lunedì scorso, mostra quattro soldati e sei poliziotti seduti per terra sullo sfondo di un tendone militare e con catene al collo. I video sono stati sequestrati ad un posto di blocco militare nei pressi della capitale Bogotà, secondo quanto reso noto da Freddy Padilla comandante delle forze di sicurezza colombiane. Il militare ha inoltre rivelato le reazioni dei familiari dei rapiti. “Appena i parenti anno ricevuto questo video, uno di loro e svenuto ma per il resto hanno tutti ringraziato che i loro cari siano ancora vivi”.Nel filmato gli ostaggi, catturati tra l’agosto del 1998 e il luglio del 1999, hanno salutato i parenti e hanno ringraziato tutti coloro che stanno cercando di negoziare il loro rilascio. Uno dei soldati sotto sequestro, Luis Arturo Arcia, guardando la telecamera ha parlato direttamente alla famiglia dicendo “mi mancate così tanto e vi porto sempre nel mio cuore”, mentre i suoi compagni hanno dispensato consigli pratici su come usare i loro stipendi. Il generale Oscar Gomez, capo di Stato Maggiore dell’esercito colombiano, ha dichiarato che le immagini hanno evidenziato le “condizioni disumane” in cui versano gli ostaggi.
Le Farc sono la più grande organizzazione armata del Sudamerica e lottano contro le autorità colombiane da circa quarantacinque anni. Attualmente i miliziani mantengono sotto sequestro ventiquattro soldati e agenti di polizia. L’unica condizione dettata per il loro rilascio è uno scambio di prigionieri che preveda la liberazione di guerriglieri trattenuti nelle carceri colombiane.
14/09/2009
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Sono tutti motivati e vorrebbero ridare dignità al congresso

Le elezioni presidenziali che si terranno nel marzo prossimo in Colombia vedranno candidarsi cinque persone molto particolare. Si tratta di Louis Perez, Orlando Beltran, Sigfredo Lopez, Consuelo Gonzales e Jorge Gechem. Tutti hanno in comune il fatto di essere stati sequestrati dalle Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia, Farc.
I cinque hanno fatto sapere di volersi candidare per un posto nel parlamento colombiano perchè in debito morale con il Paese e per dare maggiore impulso e far risplendere il parlamento nella totalità della sua immagine istituzionale che da qualche tempo era stata scossa da troppi scandali. Gonzales, Beltran e Lopez, si candideranno con il Partito Liberale.
21/09/2009
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C'è una sola persona in tutta la catena di comando che non è mai cambiata. Il presidente Uribe
"Cambiano il direttore, cambiano il vicedirettore, cambiano i vertici dell'intelligence, insomma cambiano tutti, ma i problemi continuano, anzi le cose vanno sempre peggio. C'è una sola persona in tutta la catena di comando che non è mai cambiata. Chi? Ovviamente il presidente Uribe".
A parlare è Rafel García, ex capo dei servizi informatici del Das (Departamento administrativo de seguridad), il servizio d'intelligence che dipende direttamente dal presidente. Proprio al Das e ai suoi scandali si riferisce García in un'intervista esclusiva a Noticias Uno, il telegiornale colombiano diretto da Daniel Coronell, che ha appena vinto il premio della Fnpi (Fundación nuevo Periodismo Iberoamericano) di Gabriel García Márquez, come miglior telegiornale latinoamericano.

García, oggi rifugiato all'estero, era nel Das al tempo in cui questa entità era diretta dall'adesso galeotto Jorge Noguera, ex console di Milano. García è anche uno dei testimoni chiave nel maxi-scandalo della Parapolitica, che vede coinvolti 102 tra senatori e parlamentari, quasi tutti della maggioranza Uribista, per reati come creazione e finanziamento di gruppi paramilitari di estrema destra.
Fino ad oggi i giudici che indagano su questo scandalo hanno potuto dimostrare la fondatezza di tutte le confessioni di Rafel García.
L'ex direttore dei servizi informatici del Das si è sbottonato non soltanto davanti alle telecamere, ma anche davanti alle autorità statunitensi, a cui ha confessato di aver fatto parte di un vero proprio cartello della droga creato all'interno dell'organismo di sicurezza e per questo denominato el cartel de las tres letras (il cartello delle tre lettere) direttamente legato ai paramilitari del Bloque Norte.

A organizzare questo "cartello governativo del narcotraffico e del riciclaggio di denaro" era stato proprio Jorge Noguera, che, secondo García, era stato scelto dal presidente Uribe come direttore del Das per fare un favore ad alcuni politici della costa Atlantica che avevano appoggiato la sua prima campagna elettorale; politici oggi coinvolti nello scandalo della Parapolitica, cosa che spinge García ad affermare che in fin dei conti Noguera era una espressione indiretta delle Auc.
In effetti la nomina di Noguera è stata decisa proprio il giorno dopo l'insediamento del presidente Uribe, il sette Agosto del 2002, dopo che il novello presidente si era riunito nella città di Valledupar con alcuni politici poi risultati vincolati con i paramilitari del Bloque Norte delle Auc.
García ha raccontato, con dovizia di particolari, i contatti con il cartello di Sinaloa dei fratelli Béltran Leyva in Messico e di come i ricavati ritornassero nel paese con dei corrieri umani che potevano superare i controlli grazie al fatto che, tra i vari compiti del Das, c'è appunto quello di polizia doganale.
"Noguera - continua García - mi rassicurava dicendo che in caso di problemi il procuratore generale Camilo Osorio e lo stesso presidente Uribe sarebbero scesi in nostra difesa, dato che sapevano tutto".
Il presidente Uribe, una volta scoppiato il primo scandalo del Das della sua epoca, difese a spada tratta Noguera: "Per Noguera metterei la mano sul fuoco" gridava iracondo, e fortunatamente metaforico, alla stampa.
Secondo il gola profonda del Das, sarebbe stato proprio il presidente a decidere di usare il Das come una polizia politica contro l'opposizione: "Una mattina Jorge Noguera mi ha confessato che il presidente ha deciso che ci saremmo dovuti dedicare alla guerra politica, ossia a spiare i leader delle Ong e dei partiti di opposizione [...] anche le guardie del corpo che rifilavamo loro erano usate per questo scopo."
Proprio le intercettazioni illegali sono il cuore dello scandalo di questi mesi: cominciate nell'era Noguera con la creazione del gruppo d'ascolto G3, continuate in segreto fino alle dimissioni di Pilar Hurtado, quando nel dicembre del 2008 scoppiò il primo scandalo, fino al febbraio scorso quando la rivista Semana ha cominciato a pubblicare una serie di articoli che hanno dimostrato la gravità dei fatti.
Solo i giudici potranno verificare le dichiarazioni di García. Oggi possiamo solo constatare che su una cosa ha certamente ragione: nonostante cambino i vertici non cambia il DAS.
"Dopo lo scandalo di febbraio, le cose si sono calmate per alcuni giorni, mentre passava la tormenta. Quando si è capito come sarebbero andate le cose [..] abbiamo ricominciato il lavoro. La differenza è che ora le cose si fanno meglio e in maniera più discreta", ha affermato un funzionario del Das alla rivista Semana, aggiungendo che ora spiano anche i giudici incaricati delle indagini contro di loro.
Secondo il testimone, ora si usano ex agenti in pensione e alcuni strumenti che il Das non aveva registrato negli inventari ufficiali: "Da due settimane, alcuni di questi macchinari che erano fuori sono arrivati a Bogotá per controllare i parlamentari che dovevano votare per il referendum (per la riforma che permetterebbe al presidente Uribe di ricandidarsi ndr.)".
Oltre i congressisti, la cui fedeltà doveva essere provata, nel mirino del Das continuano a esserci giornalisti, politici di opposizione, candidati presidenziali, Ong, i giudici della parapolitica e quelli della Corte Suprema di Giustizia.
Le prime indagini sullo scandalo di febbraio hanno provato che queste persone, tutte in qualche modo oppositori del governo Uribe, erano non soltanto intercettate, ma seguite fisicamente nel paese e all'estero e a volte minacciate. In alcuni casi il Das aveva le chiavi delle loro case, pedinava tutti i familiari, e ne controllava i movimenti bancari.
Una polizia politica che nulla ha da invidiare alla Gestapo.
24/09/2009
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Miliardi di dollari spesi dai governi della regione per ampliare l'arsenale militare. Nella zona del mondo più pacifica.
Armamenti di tutti i tipi stanno invadendo il continente più pacifico del pianeta, quello americano. Non tanto perchè nell'area non sono mai state combatture guerre, anzi, ma perchè in questo periodo storico le relazioni fra stati a parte piccoli screzi riconducibili all'esuberanza di certi presidenti, sono buone e di possibili conlitti all'orizzonte proprio non se ne vede nemmeno l'ombra. Miliardi di dollari spesi ogni anno dai governi dei paesi dell'area vanno a rimpinguare le casse delle case produttrici di armi. E inevitabilmente a fomentare la violenza. Paesi economicamente forti in questo momento come Venezuela e Cile fanno annualmente una corsa al riarmo del tutto inutile in un'area che non vede conflitti.
In ogni caso le nazioni sudamericane corrono ai ripari. Vendono e comprano armamenti come se il rischio di una guerra fosse dietro l'angolo. L'ultimo caso riguarda il Venezuela del presidente Hugo Chavez che ha deciso l'acquisto di un ingente numero di armamenti. Nel corso dell'ultimo anno, inoltre, Caracas ha stretto accordi con la Russia per l'acquisto di tecnologie militari. Non solo. Per poter ampliare maggiormente l'arsenale militare ha avuto accesso a un finanziamento di Mosca pari a due miliardi di dollari. Soldoni che serviranno a mettere negli hangar dell'esercito venezuelano almeno 90 carri armati di ultima generazione, armi automatiche Ak-103 e sistemi di difesa antimissile di produzione russa.
Prestito e riarmo che non è affatto piaciuto all'amministrazione statunitense preoccupata dall'aumento senza controllo delle armi nei paesi che maggiormente sono distanti dalle sue posizioni politiche. Inoltre, da sempre gli Usa hanno accusato il presidente Chavez di fornire armi ai vari gruppi guerriglieri che si muovono in America Latina, soprattutto in Colombia.
Ed è stata proprio la Colombia negli ultimi anni a allargare in modo esponenziale il suo arsenale. La lotta contro il traffico internazionale di sostanze stupefacenti e la guerriglia interna per debellare le Farc (Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia), il gruppo d'ispirazione marxista che combatte da oltre 40 anni contro il governo centrale, sono stati i motivi che hanno spinto Bogotà a riarmarsi e Washington a mettersi di fianco finanziando l'acquisto di armi e di qualsiasi strumento militare che consentisse di combattere la guerra contro narcos e guerriglieri.
Una voce importante nel bilancio colombiano quella dell'acquisto di armi. Una spesa complessiva che nell'ultimo anno ha superato i 5,5 miliardi di dollari e che aumenta ogni anno sempre più.
Ma anche Cile e Brasile non si possono nascondere dietro a un dito. Brasilia aveva messo nel preventivo 2008 spese militari per oltre 3 miliardi di euro, interamente utilizzabili per lo sviluppo dell'industria bellica nazionale. E soprattutto per eliminare una volta per tutte la dipendenza da altri paesi anche se ancora per un anno acquisterà equipaggiamenti e tecnologie di difesa dalla Francia. Una bella cifra quella stanziata che non comprende , però, gli emolumenti per gli operatori del settore che sarebbero più di 300 mila. Non solo. Nel progetto di riarmo voluto dal governo Lula è stata prevista anche la produzione interna di velivoli militari destinati al pattugliamento dei cieli nazionali, veicoli. Basi militari lungo i confini amazzonici e dispiegamento di militari completano le voci del preventivo brasiliano.
Il Cile non è da meno. Con i suoi 5.300 milioni di dollari messi a budget è il terzo paese dell'America Latina per spese militari. Inoltre è anche uno dei paesi che organizza esercitazioni militari.
In ogni caso la tendenza degli ultimi due anni nel Cono Sur è stata quella della corsa al riarmo tanto che le nazioni dell'area avrebbero messo in preventivo spese per il 2008 pari a 50 miliardi di dollari contro i quasi 40 dell'anno precedente.
E probabilmente con la decisione presa nell'ultima riunione dell'Unasur, svolta proprio in Brasile, in cui i paesi aderenti hanno dato parere favorevole per la costruzione di un Consiglio di Sicurezza regionale, le spese aumenteranno ancora.
09/10/2009
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L'uomo è fuggito alla custodia delle guardie che lo stavano trasferendo in un carcere di massima sicurezza
Da giovedì sono in corso diversi colloqui fra gruppi diplomatici colombiani e venezuelani per mettere a punto un piano comune che porti all'arresto di Pablito (Gustavo Anibal Giraldo) uno dei leader dell'Esercito di Liberazione Nazionale, fuggito al controllo delle guardie colombiane mentre lo trasferivano da un carcere nei pressi della frontiera con il Venezuela.
Secondo gli investigatori colombiani Pablito è un personaggio molto pericoloso e uno dei maggiori responsabili dell'Eln.
E' stato proprio il presidente colombiano Uribe a informare la stampa sulla necessità di un accordo con Caracas per la caccia a Pablito. E anche a dare una strigliata ai suoi investigatori che se lo sono fatti scappare.
Pablito era stato fermato e arrestato nel 2008. al momento della sua fuga il detenuto stava per essere trasferito dal carcere di Arauca a un carcere di massima sicurezza.
09/10/2009
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Il popolo afgano celebra l'assegnazione del Nobel al Presidente Usa.
La cosa inverosimile di questa notizia è che il popolo afgano festeggi la vittoria del premio dato al
Presidente degli Stati Uniti d'America, che sull'Afghanistan scarica (è lui il capo supremo dell'esercito) quotidianamente tonnellate e tonnellate di esplosivi derivati dall'invenzione del signor Alfred Nobel.
Siamo certi di dire cosa a molti sgradita e certamente di essere una voce isolata, ma dare il premio Nobel per la Pace al presidente degli Stati Uniti è come dare il premio di miglior vino dell'anno ad una bottiglia di acqua minerale.
Anzi, è persino peggio. Posto che non si premiano le migliori intenzioni, ma i fatti, oggi gli Stati Uniti sono direttamente impegnati in guerra in almeno quattro Paesi: Iraq, Afghanistan, Pakistan e Somalia.
Poi, ci sono tutti i Paesi in cui gli Usa inviano i loro "consiglieri" per sostenere parti in combattimento, e in cui militari Usa prendono parte attiva ai combattimenti, dalla Colombia alla Thailandia.
Dall'anno della promulgazione della loro Costituzione gli Stati Uniti hanno tanti anni di pace quanti se ne possono contare sulle dita di due mani. Su 220 anni di esistenza, più di 200 li hanno passati combattendo in giro per il mondo. Portando cioé la guerra in casa di altri.
Questo non vuol dire che siamo "antiamericani", semplicemente stiamo ai fatti. E i fatti questo dicono. Obama non è presidente di una associazione Scout, ma degli Stati Uniti d'America.
Obama ha vinto il Nobel "per i suoi sforzi straordinari nel rafforzare la diplomazia internazionale e la cooperazione tra i popoli", dicono gli insigni elargitori del prestigioso e ricco premio. Forse, lo hanno asseganto ad Obama per aver ribattezzato la "War against terror" in "operazioni di emergenza di oltremare".
Per il resto, non si è visto molto lavoro sulla Pace, da parte di Mister Obama.
Speriamo che l'assegnazione del Nobel faccia sentire il Presidente dello Stato più guerrafondaio della storia recente del mondo il peso della responsabilità che porta sulle spalle. E che, lui che può, metta fine alla guerra e la bandisca per sempre dalla vita di ogni cittadino del mondo.
Obama, apparenza e realtà
L'immagine pacifista di Obama, frutto della sua trascinante oratoria e di un'efficacissima campagna di marketing politico-mediatico, non regge alla prova dei fatti

Il Premio Nobel per la pace a Obama lascia perplessi. Il presidente del ‘cambiamento' ha mantenuto lo stesso ‘Ministro della Guerra' di Bush (Robert Gates) e con esso tutti gli impegni militari che gli Stati Uniti avevano sui diversi fronti della Guerra Globale al Terrorismo (Gwot), da Obama cosmeticamente ribattezzata ‘Operazioni di emergenza di Oltremare' (Oco).
Iraq. Il ritiro degli Usa dall'Iraq (che verrà completato entro la fine del 2011) non è motivato da ideali pacifisti, ma dalla decisione strategica di liberare risorse militari da quella che Obama ha definito la "guerra sbagliata", per impiegarle sul fonte della "guerra giusta", quella in Afghanistan.
Afghanistan. Nonostante le dichiarazioni sulla ‘nuova strategia', nei fatti Obama sta perseguendo un'escalation del conflitto raddoppiando il numero delle truppe Usa al fronte (da 32mila a 68mila in un anno, con il programma di arrivare a 100mila) e proseguendo i bombardamenti aerei che ogni giorno continuano a fare strage di civili afgani.
Pakistan. Obama ha di fatto esteso l'intervento militare Usa in Afghanistan al Pakistan, intensificando notevolmente i raid missilistici condotti dai droni volanti della Cia sulle Aree Tribali (circa 70 da quando si è insediato, in cui sono morte decine e decine di civili) e costringendo il governo di Islamabad di sferrare massicce offensive militari nelle roccaforti talebane dello Swat (che ha causato una catastrofe umanitaria con milioni di sfollati) e presto in Waziristan.
Somalia. Con Obama sono proseguiti i raid militari statunitensi in territorio somalo per eliminare esponenti di Al Qaeda e del gruppo locale di Al Sabaab: attacchi missilistici o blitz condotti da commando aviotrasportati (come quello dello scorso 14 settembre)
Filippine. Le forze speciali statunitensi continuano a combattere a fianco delle truppe filippine impegnate nelle operazioni militari contro i gruppi armati integralisti islamici considerati legati ad Al Qaeda (Abu Sayyaf e Jemaah Islamiah) che operano nelle isole più meridionali dell'arcipelago filippino.
Altri conflitti. Consiglieri e addestratori militari Usa continuano a operare su molti altri fronti di guerra: nel sud della
Thailandia (contro i separatisti islamici di Pattani, anche loro accusati di legami con Al Qaeda), in
Georgia (contro i separatisti osseti e abkhazi sostenuti dalla Russia), i
n Colombia (contro i guerriglieri delle Farc), in
Niger, Mali e Tunisia (contro le cellule locali di Al Qaeda nel Maghreb Islamico) e in
Yemen (contro le milizie di Al Qaeda nella Penisola Araba dello sceicco Nasir al-Wahayshi).
Diplomazia. Anche le iniziative diplomatiche di Obama non sono tutte ‘rose e fiori'. Basta pensare all'ostacolamento di un'inchiesta indipendente sui crimini di guerra commessi da Israele a Gaza durante l'operazione ‘Piombo Fuso', alla provocatoria bufala della ‘nuova' centrale nucleare iraniana di Qom (in realtà nota agli Usa fin dal 2006), alla farsa dell' ‘abbandono' dello scudo missilistico di Bush (in realtà solo rimodulato secondo criteri più moderni), fino al rinnovo dell'anacronistico embargo economico a
Cuba
Foto Peacereporter
Quelle come me amano l’amore
amano con tutto ciò che hanno
come fiori che si aprono al primo sole
e si offronto interamente trasparenti e sincere
Quelle come me
sanno aspettare sanno ascoltare sanno fare un passo indietro
morire dentro ad ogni poco
Quelle come me
in punta di piedi come sono arrivate
così, in silenzio ed in punta di piedi
si sanno allontanare